

sbattere violentemente sull'inevitabile e legittimo muro dell'irrazionalitÃ
01/12/2007
Albe Verdi
"La felicità, la conoscevo. Era quel tenue bagliore verde dell'alba che filtrava nella stanza avvolgendo tutto di un sottile ordito. Giacevo, sveglio o sognante, non saprei. Mi ero dato, mi ero fuso nel chiarore, ero dissolto nella luce del dolce sonno che fioriva umido al mio fianco. Lentamente, i contorni della materia cominciavano a perdere la propria trama e si incrociavano in continue dissolvenze, unendosi in acquarelli indistinti. Le molecole, sapevano d'eternità. L'eternità. A ciò aspirava, o forse realizzava, quel momento. Se così fosse, non sarei sicuro di averlo veramente vissuto. La felicità non permetteva un ego, un'unità che concentrasse il pensiero. Era il totale abbandono di sé stessi, la fusione, lo smarrire le proprie membra in un amplesso cosmico.
Poteva esistere quindi, ma non qui. Era, Altrove, ed io ero già morto là, disgregato in un flusso vitale infinito, indistinto. Mi trovo a pensare, perché tutto questo sembrò essere percepito dagli ultimi bagliori dell'architettura di una mente, prima di liquefarsi, ed ora rimane impresso come un tracciato primordiale alle fondamenta dell'edificio che costruisce la mia persona. Ero io quella mente che percepiva sé stessa alla fine, prossima a disciogliersi in quella felicità, nel fiore al suo fianco, nel verde chiarore di quell'alba?"
di FormicaLogorroica | 01/12/2007
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