28/07/2007

esplorazione dei Cimini

Siamo partiti da Viterbo verso le 16, io e Marco, diretti verso il monte Cimino e la famosa faggeta. A quanto pare, su di uno dei cocuzzoli coperti di selva che fiancheggiano il monte Cimino, esisterebbe un complesso megalitico su cui sorgeva un tempio dedicato a Giove. Marco ha ricevuto questa informazione da varie voci, ma al momento della partenza non sappiamo un granché: non siamo muniti di mappe (a parte una striminzita e di poco o nessun aiuto stampata da google heart) e non abbiamo idea di quale sia precisamente la strada  ed il cocuzzolo giusto. Vicino al Pallone  chiediamo informazioni a due operai che stanno lavorando sulla strada, ma questi poco sanno di Giove Cimino però ci indicano qualcosa di vagamente "etrusco" lungo la via che sale per i monti. Dopo un pò di stretti tornanti, con Marco decidiamo di infilarci a percorrere per un pezzo le viuzze ai lati della strada che si infilano nel bosco ma, a parte coppiette infrattate e grovigli di roghi graffianti sulla carrozzeria, non troviamo nulla e non riusciamo a capire esattamente quale sia la via anche perché non sappiamo bene dove andare! Salendo con l'auto ancora per un pò, decidiamo che il posto giusto dovrebbe essere un cocuzzolo più pinzuto degli altri che già avevamo notato dalla superstrada

Il posto che ci siamo prefissati di raggiungere è quel monticello là (l'ho fotografato lungo il percorso a piedi per raggiungerlo). Tornando a casa e consultando mappe e siti internet (esiste ben poca roba in verità), mi pare di aver capito che il santuario megalitico si trovi sul monte Roccaltia, a nord est del Cimino. Questo qui non è sicuramente il Roccaltia, ma noi non lo sapevamo perché siamo partiti abbastanza alla cieca. Comunque non dovrebbe essere più alto di 600 metri: forse è il Ciliano, o il Turello. Per raggiungerlo abbiamo parcheggiato la macchina dove abbiamo visto l'inizio di un sentiero che sembrava andare nella direzione giusta. Imboccato a piedi il sentiero, abbastanza agevole, siamo saliti fino a ritrovarci alle sorgenti di Acquaspasa: tre o quattro fonti freschissime rinchiuse in delle "casette" costruite in peperino ed incanalate in un fontanile a tre vasche, che immettono l'una nell'altra a diversi livelli. Un bel posto in mezzo al bosco, munito di tavolini da picnic ed un ampio spazio, facilmente raggiungibile. Infatti scopriamo che le sorgenti sono collegate ad un'ampia e comoda strada di ciottoli in pietra. Noi le abbiamo raggiunte da un sentiero secondario un pò più dismesso e fangoso. Ma vabé. Decidiamo di proseguire su una deviazione dello stradone (l'unico criterio che seguiamo è seguire ciò che va in alto: la vetta che ci siamo prefissati già a questa altezza non si distingue più con chiarezza per via delle cime degli alberi) che ci porta ad un'altra ampia strada, collegata alla precedente da un cancello verde. Qualche passo in avanti su questa strada senza la minima idea di dove essere diretti, e poi ecco un nuovo sentiero che sale sulla sinistra (il secondo, il primo l'abbiamo incontrato all'imbocco col cancello verde ma l'abbiamo tralasciato). Poiché sale, lo imbocchiamo e questo è diventa sempre più ripido e scomodo man mano che si sale. Per capire dove si è l'unica soluzione è arrampicarsi sugli alberi o sugli enormi speroni di roccia vulcanica. Quando la nostra vetta diventa nuovamente visibile, decidiamo di proseguire il lungo sentiero che sembra costeggiare la montagna fino a là. A questo punto sono già circa le 18, ma la visibilità è ancora molto buona. Ma ahimé, il sentiero finisce dopo una arrampicata su un territorio stranamente sabbioso. L'unica cosa che sembra dirigersi verso il cocuzzolo è un sentiero semicancellato dalla vegetazione, che si dirama sulla sinistra. Decidiamo di seguire questo, ma non è facile perché i roghi hanno invaso quasi tutto ed in certi punti bisogna chinarsi per passare. Anche questo stretto tracciato continua a salire, in un tunnel fittissimo di vegetazione, ed i segni di passaggio umano si fanno sempre più rari. Anche i faggi d'alto fusto cominciano a scarseggiare: siamo in una selva intrigata di arbusti e rovi. Impossibile scorgere la cima; ma poiché dal basso ci appariva come coperta da una "cupola" di alberelli diversi dai faggi (nella foto è ben visibile, un pò come la cima della Palanzana) ci regoliamo con il rumore del fogliamo al vento. Infatti la zona è molto ventosa in questo punto e percepiamo un fruscio massiccio che aumenta man mano che procediamo nella distesa piatta di fitti rovi. E' impressionante come il rumore costante assomigli a quello del mare: nessuna presenza umana, nessun altro disturbo ed un susseguirsi di onde di fogliame. Un mormorìo morbido ed imponente al tempo stesso. Il viottolo comincia a scendere ed il "mare" si fa più distante alle nostre spalle: pensiamo che la cima sia alla nostra sinistra, ma è impossibile accedervi perché il muro di rovi non apre nemmeno uno spiraglio tra le pareti del tunnel. Inutili i tentativi di far breccia sulla sinistra: riduciamo in brandelli la già martoriata pelle e gli abiti, ma la solidità del pungente intreccio vegetale non accenna a diminuire. L'unica cosa utile è potersi arrampicare su qualche sparuto faggio (tra l'altro molto basso qui) da cui poi poter osservare la cima. La visibilità è sempre scarsa: si scorge solo che c'è tutto intorno la cima è circondata da questa distesa di rovi. Decidiamo di proseguire per un pò in discesa il sentiero fino a che non torna il bosco di faggi: qui l'accesso alla sinistra è un pò più fattibile, così seguiamo il pendio in salita "sfondando" l'impenetrabile sottobosco. Le tracce umane qui sono scomparse, salvo che per due alberi cerchiati di rosso che incontriamo, un fusto di benzina ed uno stranissimo bastone metallico con impugnatura, composto di vari pezzi saldati tra loro, terminante in un uncino. Sembra quasi un rampino, ma la cosa più strana è come abbia potuto arrivare fin qui: infatti è anche piuttosto pesante e non c'è assolutamente spazio per poterlo manovrare. Forse anni fa questa zona del bosco fu battuta e tagliata, ma ora è ricresciuta in una vegetazione fitta e bassa e questi sono resti di quell'operazione. Raggiungere la cima, dopo essere stati tante volte tentati di lasciar perdere per la fatica, è una soddisfazione enorme: il cocuzzolo è una vera e propria punta, una terrazza naturale di non più di 40 metri quadri. E' sviluppata più in lunghezza ed è  ricoperta da un boschetto di roverelle che si trova solo qui in tutta la montagna che abbiamo percorso. La terrazza è fatta da enormi speroni di roccia e vi si trova anche una roccia del tutto particolare, rosata, che non ho visto lungo la strada. Tutto intorno il paesaggio della valle e della montagna si apre a 360 gradi, ma le roverelle ce ne impediscono la piena visione. Tra il fruscio del vento, la luce spezzata e dorata che filtra dai rami e gli scorci di vallate brune e distese verdi, il luogo ispira qualcosa di mistico, qualcosa che si deve provare per poter comprendere a pieno. Facendo un giro lungo i bordi della terrazza, appare che non esistano sentieri per raggiungerla. Tutto è coperto dal bosco più o meno fitto e più sotto dai rovi: l'unica possibilità è il free climbing dove la macchia lo rende possibile. Considerata la difficoltà, credo che davvero poche persone vengano qui nel giro di anni. Ecco una foto di uno scorcio:

ci accorgiamo che non può essere il complesso megalitico, ma almeno abbiamo conquistato una vetta! Un altro scorcio

ed un altro:  per l'orientamento considerate che il sole sta dirigendosi  verso ovest
questa sotto è la cupola di roverelle: noi ci stavamo dentro :)

ma la cosa più curiosa viene adesso: in questo posto incontaminato, una presenza umana in reatà appare: è un evidente muricciolo semi sotterrato, costruito con pietre rosate squadrate, che spunta al bordo ovest della terrazza
questo è Marco che cerca di dissotterrarne la base
ma a mani nude è un pò ardua :)



parallelo a questo c'è un altro muricciolo di cui si scorge solo il dorso perché è completamente ricoperto di terra: ho provato a fotografarlo stando in piedi tra i due sul cumulo di terra ma non è venuto granché...
comunque insieme sembrano formare una piccola costruzione.
Guardando meglio in giro, ci accorgiamo che un pò intorno a questi muretti e specialmente in un punto  vi sono innumerevoli frammenti che non sono pietre, piuttosto sembrano terrecotte. A guardarli meglio, sono senza dubbio resti di un tetto in terracotta: evidenti coppi curvi e lastroni bordati che componevano tegole. Davvero una cosa curiosa. Ora: saremo suggestionabili ed ignoranti sull'argomento, considerato anche che siamo partiti per cercare un complesso megalitico, ma tetti in terracotta di questo tipo non sono proprio tipici dei templi etruschi? Sono certo che quelli che abbiamo davanti agli occhi sono coppi e tegole :

questi sono tre frammenti che ho raccolto e fotografato: si vede bene il bordo, e vi assicuro che ce n'erano un sacco così ma non avevamo tempo per tirarli fuori tutti e fotografarli, il sole cominciava a calare. Per rendervi conto della dimensione del lastrone, osservate l'impronta della mia scarpa vicino

Ho prelevato un coppo che potevo trasportare agilmente nello zainetto: vorrei fotografarlo e postarlo perché è ancora più significativo, purtroppo ora ho le pile scariche e lo farò domani. Comunque vorrei farlo vedere a qualcuno di qualificato, che possa dire meglio di me se queste sono solo suggestioni.
Ritengo che non sia improbabile che nel nostro peregrinare ci siamo imbattuti in un sacello etrusco sconosciuto. Non sarebbe strano trovarlo in un luogo simile, poiché questa era area consacrata alle divinità dei boschi e delle sorgenti e da quello che ho visto presenta caratteristiche simili al tempietto di Demetra trovato nel bosco delle Valli a Vetralla l'anno scorso. Un posto del genere poi non è un posto qualunque, vi è davvero qualcosa che va oltre. L'ideale per costruire una zona sacra. Inoltre, tegole e coppi del genere mi pare di averli visti tra i ritrovamenti dei palazzi etruschi di Ferento. La cosa mi stuzzica e, mi sbaglierò, ma chissà cosa nasconde questo posto. Vorrei segnalarlo a qualche specialista ma magari mi riderà in faccia. Sicuramente non è un posto facile da scavare, anzi direi che è davvero arduo arrivarci.
Comunque la nostra discesa è stata più rapida del previsto, a parte la Vodafone che telefonava a Marco per promozioni, proprio in mezzo alle fratte più nere(!), ed il conseguente smarrimento della SIM mentre tentava di sostituirla per fare una telefonata. Per fortuna sembra che non fosse così importante perché avrebbe dovuta cambiarla tra qualche giorno, però...
queste vette dei cimini sono ancora tutte da esplorare...


di FormicaLogorroica | 28/07/2007
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