28/11/2007
Cristalli d'Irregolarità
"La responsabilità: questa era la chiave. Poteva dire ormai di essersi impadronito del concetto, lo sentiva, conficcato nel petto, tenere insieme le sue membra e guidarle verso i successivi effetti, piantando lungo il sentiero tutta una serie di cause che avrebbero atteso solo le condizioni atmosferiche propizie per germogliare. Era stupefacente quale imprevedibile e curiosa direzione era in grado di dare ai venti, ma allo stesso tempo non poteva fare a meno di liberarsi da quella leggerezza, contraria al piombo della responsabilità, che lo faceva sentire come una foglia dorata in balia di quelli. La contraddizione in fondo era stata sempre una costante di quell'esistenza. Ma c'era di più. Non poteva crederci, ma in un qualche modo la sua mente raccoglieva dettagli, frammenti, esperienze che andavano a comporre un mosaico, ognuno al posto giusto nel giusto momento, come se una mano invisibile avesse voluto tracciare una guida o fargli capire che non poteva essere diversamente. Se la responsabilità era la punta del triangolo a cui unicamente mirava, tuttavia sapeva che se stava lì era perché altri due punti ne componevano la base. Ed era spiazzante geometria, come dire che è vero, Dio esiste. A quell'ordine rispondeva con la confusione, quasi una reazione, un non volersi assoggettare all'ineluttabilità di quelle linee che andavano a convergere esattamente dove dovevano. Non c'era spazio per una deviazione, l'imprevedibile, un'improvviso cedimento di quelle corse rettilinee. Non poteva accettarlo: la confusione era il suo grido, la sua pretesa di libertà, la secante che spezzava e squassava in mille pezzi e metteva in discussione quel maledetto piano euclideo. Ma aveva capito, era un inganno. La responsabilità: ricomponeva il tutto, mascherandosi di Chaos, era un DIO a cui non poteva sfuggire. Un DIO dell'ossimoro. Era stanco. Fondamentalmente, inafferrabile quel significato, o forse ancora più traditore, perché si lasciava pregustare per poi improvvisamente ritrarsi, come una tortura del cibo per chi è stato condannato a morire di fame. Erano allora quei momenti in cui poteva fare qualsiasi cosa di sciocco: strappare una pagina di un libro e masticarla per poi sputarla, rotolare sul pavimento gridando "uiiiiiiii", graffiare una parete, baciare passionalmente un cuscino, fingere di avere dentro quattro o cinque personalità in conflitto che lottavano e si insultavano per avere il sopravvento. Voleva vedere come si ponevano queste cose in tutta quella Questione. Ma avrebbe dovuto farlo davanti ad altri, trovarne il coraggio. Troppo facile stare lì da soli a cambiare il senso delle cose, a trovargli significati apparentemente assurdi ma forse coerenti per qualche altro paradigma immaginabile. Ecco, fuori dalla finestra un manto di oscurità rossastra sopra stanche scatole nere, un tenebroso fiume avviluppato in luce arancio e file di coleotteri lucenti a galla, qualcuno in movimento. L'irregolarità di qualche sparuto ramo di pino, un pizzico di imprevidibilità forse, come le sue mani d'altronde, seppur in uno schema. Tutto giaceva lì e vibrava di cambiamento, la sua responsabilità , una cellula di questo, un cristallo d'irregolarità di quel disegno geologico, divino. Non era nemmeno più tempo di provare nostalgia. Era tempo, di chiudere gli occhi, abbandonarsi al silenzio della propria libertà costretta, e per un pò più niente."13/11/2007
11/11/2007
05/11/2007
anatomia della felicità
anatomia della felicitàtransitori
come la felicità
e ciò a cui questa è legata
tossicodipendenti
di momenti felici
e passeggeri
e dovremmo avere
un'innata felicità
diversa
eterna
buddica
ma
chi la vuole?
molto più stimolante
gareggiare
nel parkour dell'esistenza
"dai, facciamo a chi riesce ad essere più felice"