31/12/2005

2006

e comunque buon anno...

di FormicaLogorroica at 02:35:04 Commenta:

31/12/2005

Modié e Claire Fonique al Traffic di Roma

modiéQuella del 29 al Traffic(ex Sonica) di Roma è stata una bella serata indie.Si pensava che sarebbero venute poche persone ed invece alla fine se ne sono contate una sessantina(che in proporzione alla sala dei concerti non è poco),anche se erano tutte conoscenti. I Claire Fonique sono venuti da Subiaco affrontando una bufera di neve.Hanno suonato per primi ed io me li sono sentiti saltellando qua e là poiché gli ho fatto anche un pò di foto. Il loro è un indie rock che spazia attraverso numerose influenze, dal grunge alla psichedelia. Sono un trio(chitarra voce, basso e batteria). La performance è stata molto potente,tutta un tiro, ed ho apprezzato molto le distorsioni fuzzose ed il fatto che i testi siano in italiano(in un contesto esasperatamente anglofilo com'è quello della provincia-Italia è una scelta coraggiosa).Poi sono saliti i Modié,dopo un'astinenza da live di circa 9 mesi.Bhe,che dire,hanno ripreso veramente alla grande.Anche se io nel frattempo dovevo tenere il loro banchetto cd-merchandising all'ingresso,ho potuto ascoltare bene il cocnerto e fare capolino ogni tanto con la testa.Post-rock,molto raffinato e costruito su impalcature pop,tutto in italiano.La presentazione elettronica iniziale è stata molto accattivante ed anche la presenza scenica di classe.Ad un certo punto si era creata veramente una bella atmosfera poiché parte del pubblico davanti si è seduto,assorto nell'ascolto.Magari sarò di parte,ma questo è uno dei più bei concerti loro che abbia visto.Che la serata sia riuscita l'ha confermato anche l'allegria ed il buon umore che ci hanno accompagnato nel dopo concerto:i Claire Fonique sono rimasti là a chiacchierare e scherzare con i Modié ed entourage(di cui si può dire che ieri sera facevo parte anch'io)e gli amici.Rara cosa che i gruppi che dividono un serata restino così in buoni rapporti.Anche il gestore del locale è rimasto soddisfatto.Mi resta da capire però perché ancora ci si deva trovare in situazioni in cui il gruppo è costretto a portarsi praticamente tutto,anche le spie.Su quel piccolo palco ieri sera sembrava che ci fossero non dei gruppi ma una service,ed anche il check è stato problematico a causa della scarsità di risorse messe a disposizione dal locale.Dopo di ciò,l'operazione di carica-scarica il furgone e le auto dei Modié,a cui ho partecipato,si è protratta fino alle 5 della mattina.Abbiamo cenato alle 6,poi nanna.Posso dire di aver già fatto capodanno,potrei anche riposarmi visto che,come ogni anno,non so che cazzo fare.claire fonique

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

di FormicaLogorroica at 01:45:03 Commenta:

28/12/2005

Sala prove ed olive:Piombinello

Nella terra intorno alla sala prove di Piombinello,in quel di Vetralla,si raccolgono le olive.Il lavoro, svolto a mano su un un numero non eccessivo di piante, consiste nel:

  • 1)Stendere delle reti a maglie strette sotto le piante per raccogliere i frutti
  • 2)posizionare le lunghe scale di legno in posti strategici fra i rami("le rame",in vetrallese), tra robuste forcelle che permettano di sorreggere il peso
  • 3)salire sulle scale e far cadere le olive a mani nude o facendo passare tra i rami piccoli rastrelli adatti allo scopo
  • 4)potare i rami più interni,scomodi ed intrigati per rendere il compito più agevole.Lasciare gli esterni e le cime.Spogliare i rami tagliati incastrandone la base tra i pioli delle scale,in modo da posizionarli comodamente
  • 5)raccogliere le reti con le olive e svuotarle nelle cassette,togliendo per quanto possibile le impurità(rami,sassi,foglie...)
  • 6)raccogliere da terra le olive cadute fuori dalle reti
  • 7)"brucià la foja" , ovvero bruciare i rami potati e farsi magari una bruschettata con il "panonto"(pane unto) e salsicce allo spito(spiedo)

Dopodiché porteremo il tutto al frantoio della cooperativa paesana per fare l'olio della sala prove.In questo momento stiamo raccogliendo la qualità di olive definita "canino"(nere-verdognole,piccole e tenaci) e "bolso"(olive più grandi e precoci che cadono facilmente a terra).Si lavora tutto il giorno fino al calar del sole(salvo pioggia)e si mangia sul posto,con un focolare.Le nostre piante avranno quasi un secolo.

di FormicaLogorroica at 01:16:18 Commenta:

26/12/2005

film:HAROLD & MAUDE

Harold & Maude,un film di Hal Ashby visto a Natale con un mio amico cinefilo

E' più che comprensibile, per un teenager che vive nella noia e nello sfarzo di un castello dell'alta borghesia americana con una madre ossessiva, arida, vuota ed incapace di stabilire un vero contatto umano, sviluppare tendenze che colmino in qualche modo l'infinita solitudine e che siano una reazione al rapporto distorto con la propria madre.Harold(Bud Cort) ha una lugubre passione per i finti suicidi e per i funerali, faccia pallida e lunare e sguardo spento. Sua madre interpreta le strane inclinazioni del figlio come semplici stravaganze, magari un pò troppo fuori luogo per permettergli un buon inserimento in società. Harold quindi non vive,anzi è morto svariate volte sotto gli occhi indifferenti della madre. In questo tragicomico balletto, in cui sua madre tenterà di combinargli un buon matrimonio o di inserirlo nelle forze armate sotto l'ala del potente ed esaltato zio ufficiale dell'esercito degli U.S.A., Harold incontrerà Maude. Maude(Ruth Gordon) aveva 20 anni nel 1910. Ora, nell'America del Vietnam, della contestazione e degli Hippies, Maude guiderà Harold fuori dal suo guscio grazie alla sua potentissima energia vitale. E' ottimista, gentile e sorridente, sa entrare in empatia con il cosmo e la natura ed è innamorata della vita.Vive ai margini,quasi come una barbona.Ne nascerà una paradossale, stravagante, bellissima storia d'amore, una fiaba moderna che rivendica l'importanza della fantasia, della creatività e della libertà in un mondo eccessivamente formalizzato, burocratizzato e che porta all'isolamento di una vita non vissuta veramente. Tematiche care alla fine degli anni '60-inizio '70(il film è del 1971), sottolineate dalla splendida colonna sonora di Cat Stevens(che scrive un pezzo apposito per la pellicola che racchiude nelle parole tutta la sua filosofia : "If you want to be free,be free...if you want to be you,be you...").Harold si innamorerà di Maude perché si innamora della vita,ed impara a guardare ogni cosa con prospettive diverse e a cercare ogni giorno nuove esperienze. Anche se il film non sfugge a qualche forzatura, banalizzazione e visione semplicistica, procede DELIZIOSAMENTE tra momenti comici, bilanciati dall'aspro humor nero di Harold(stupenda la scena in cui la madre gli sottopone un test della personalità per l'ingresso in Accademia e,mentre in pratica lei si concentra a rispondere a tutti i quesiti per lui,convinta del suo assenso e senza mai alzare gli occhi dal foglio,Harold tira fuori una pistola, se la guarda e con estrema lentezza se la porta in bocca per spararsi ,cadendo con fragore dalla sedia), e parentesi commoventi di una serietà estrema(come i dettagli che rivelano flash sul passato drammatico di Maude).Impossibile non prendere in simpatia la gioia di Maude e sentirsi almeno un pò toccati,rivitalizzati e commossi.Impossibile non riconscere un pochino le morti di Harold nelle proprie strozzature e stupide convenzioni sociali subite.Il trailer del film diceva "get toghether regardless of your age,sex,religion,race...",e la vicenda di un amore a prima vista così scabroso è affrontata con leggerezza e grande sensibilità. Anche se può apparire a tutti gli effetti un fil hippy, gli Hippies veri e propri rimangono decisamente sullo sfondo. I personaggi come Maude sono costretti nella povertà e socialmente emarginati e a loro va tutta la simpatia del regista. Sarò un sentimentalista nostalgico ed un ingenuo,ma trovatemi una maniera più vera, semplice, gioiosa e serena di vedere l'esistenza. Il resto dovrebbe solamente andarsene a quel paese.

di FormicaLogorroica at 15:39:00 Commenta:

25/12/2005

Racconto: inconcluso,in sospeso

Con questa novella natalizia racchiusi per sempre me stesso,a 15 anni(nel 1999),nell'atmosfera magico-mistico-inquietante del Natale del mio paese e delle sue consuetudini.Ora molte cose sono cambiate, ma adesso che l'ho riscoperta mi sono visto intrappolato lì, spaurito.Va letta nella prospettiva di un ragazzino di 15 anni.

INCONCLUSO,IN SOSPESO

Era la sera della vigilia di Natale, verso le 20:30.Era a cena dai miei parenti; tutto normale, a parte una strana paranoia che si era impadronita dei miei riflessi. Fuori l’atmosfera natalizia sembrava essere rappresentata da una curiosa condensa, che avvolgeva il paese e le strade deserte appena illuminate dalle decorazioni luminose. Passarono due noiose ore, niente regali per me. Tornavo a casa seccato, e le luci arancioni dei lampioni della Cassia mi scorrevano davanti agli occhi quasi ipnotizzandomi. Mio padre mi fece scendere davanti ala chiesa, per la messa di Natale. Lì davanti c’era Emanuele, che mi stava attendendo per andare a messa e per scambiarci, dopo quest’ultima, i fatidici due cd in regalo. La calca era impressionante; stavamo spiaccicati vicino al confessionale , e come se non bastasse Emanuele mi tormentava chiedendomi indizi sul suo cd in regalo, o di toccarlo con le mani o di annusarlo e stronzate del genere. Non potendo più resistere uscimmo dalla chiesa ed andammo a fare una passeggiata, in attesa dell’1 di notte per aprire i regali. Ci dirigemmo verso La Botte. Emanuele rompeva ancora per quel maledetto cd, ma per fortuna la tortura era alleviata dalla mia osservazione dell’atmosfera nell’aria, magica e piacevolmente tiepida. La solitudine riempiva le strade e le luci dipingevano le case di una luce surreale, sul giallo- arancione. Mi piaceva tutto ciò, ed ora i pensieri scorrevano come un fiume in piena. Arrivammo alla stazione e vi entrammo. Lì era tutto come era stato sempre: un’unica, debole luce rompeva il buio che inghiottiva il paesaggio; le rotaie sparivano oltre l’oscurità, che dava una sensazione di vuoto immenso intorno. Le figure dei pini sulla destra delle rotaie si stagliavano contro un’insolita luna dal bagliore purpureo. Silenzio, in quel posto che sembrava sospeso in un limbo senza tempo.

Ad un tratto un fischio. Ci girammo incuriositi a sinistra, verso Viterbo. Era un treno. Notammo che nessuna campanella e nessun semaforo lo avevano preannunciato, ed era strano vedere un treno proprio quella notte. Si avvicinava. La luce dei suoi fari sembrava essere catturata dalla fitta condensa, causata dall’umidità. Si fermò stridendo davanti a no. Non scese nessuno; le carrozze erano vuote. Non si riusciva a scorgere il macchinista. Il treno ripartì pochi minuti dopo e decidemmo così di andarcene. Uscendo dal piccolo cancello fummo colpiti da un particolare: il piccolo castello abbandonato che si trovava ad un centinaio di metri da noi aveva una finestra inspiegabilmente illuminata da una fortissima luce. Spaventati cambiammo direzione, facendo il giro più lungo, con la testa piena di domande. Si alzò una calda brezza che levava turbini di foglie secche in aria. La paura divenne ancora più reale: la cabina telefonica che doveva essere a pochi metri da noi era sparita. Dai palazzi intorno non si scorgeva più alcuna luce: tutto l’ambiente sembrava essere precipitato nella stessa atmosfera della stazione. Cercammo di mantenere la calma. Arrivammo sulla Cassia, ora priva come non mai del passaggio di automobili. Qualche metro più in giù vi era il "Pino Solitario", una locanda non molto frequentata e che, al nostro primo passaggio, ricordavamo benissimo essere chiusa. Ora invece era inspiegabilmente aperta e, cosa ancora più incredibile, stracolma di gente. Nonostante il paradosso della situazione la cosa sembrò tranquillizzarci ed incuriosirci. Entrammo dentro. L’ambiente interno si presentava estraneo a come lo ricordavamo: arredato in stile anni ’30 e provvisto di ulteriori sale mai esistite prima. Entrammo in una di queste. In mezzo alla gente, su una sedia, vi era un tizio tale e quale a Kurt Cobain, nostro musicista preferito. Lo sbigottimento fu di entrambe: Cobain era lì, fumando una sigaretta, ed ora ci fissava con i suoi occhi di un azzurro acceso e fulminante. Mentre restavamo congelati da quello sguardo si avvicinò una specie di nano, vestito come un maggiordomo, che mi tirò una manica e mi porse un basso elettrico dicendomi: "è il tuo turno". Mi voltai di scatto confuso ed in una frazione di secondo mi trovai solo fuori dal locale, chiuso e deserto. Il "Pino Solitario" era tornato esattamente come prima ed Emanuele era sparito. Lo chiamai a gran voce, terrorizzato, ma nessuno mi rispose. Presi così a correre in preda al panico verso il centro del paese. Gli alberi sul lato del marciapiede sembravano delimitare un tunnel infinito, privo di qualsiasi forma di vita. Il tempo non esisteva più. Con il fiato mozzo mi fermai davanti alla casa di Marco, il batterista del mio gruppo, che si trovava a fianco del marciapiede. Neanche guardai dove ero arrivato, per riprendere fiato. Mi sentii però chiamare da dietro. Mi girai e vidi Marco, che si sporgeva appena con la testa dal portone del garage in cui suoniamo e che mi parlava in una lingua incomprensibile. Si ritrasse subito dopo ed io lo pregai, urlando, di farmi entrare. Ma appena la porta a vetri del garage fece filtrare un’intensissima luce cambiai idea e più terrorizzato di prima cominciai di nuovo a correre. Arrivai quasi senza accorgermene in piazza, davanti alla chiesa da dove eravamo partiti. L’atmosfera era quella di prima. Nessuna forma di vita in giro; la chiesa era sprangata, le luci spente; l’unico rumore era quello della fontana e della fontanella accanto, ad una ventina di metri da me. Angosciato attraversai la strada deserta e cominciai a suonare tutti i campanelli dei palazzi. Nessuno rispose ,ed i rumori delle suonerie dei campanelli giungevano alle orecchie da dentro gli appartamenti, nel silenzio.

Le decorazioni natalizie, ancora accese, avevano assunto un aspetto malinconico. Non sapendo che fare imboccai la strada che divide la piazza, via S. Angelo. Non correvo più. I miei passi rimbombavano intorno. Cosa era successo? Dove era finito Emanuele? Come ero finito in questo incubo? Lo scroscio della fontana si dissolveva piano piano, assieme ai pensieri. Arrivai ai giardini pubblici e vi entrai senza badarci. Ad una folata di vento mi fermai: il buio era totale, il silenzio immenso, i sensi non percepivano più alcuno stimolo, neanche il freddo. Era una situazione indescrivibile: sospeso nello spazio, disperso in nessun dove; ogni legame con il mondo esterno spezzato. Chiusi gli occhi e mi trovai nell’immenso. Li riaprii ad una leggera brezza calda, che mi accarezzava ora il volto. Alzai lo sguardo al cielo: le stelle risplendevano in modo splendido nel buio. Mi tornò in mente una frase, secondo la quale le stelle non erano altro che buchi nel cielo da cui filtrava la luce dell’infinito. Non sembrò mai tanto vero come quella notte. Lasciai i giardini e proseguii per via Aldo Moro, diretto a casa mia. Arrivai davanti al cancello del mio palazzo. Tirai fuori con le mani tremanti le chiavi, intento a barricarmi in casa. Attraversai un tratto del vialetto e svoltai verso il portone, quando il mio cammino fu interrotto da qualcuno che mi sbarrò la strada. Alzai gli occhi e fui sulle prime spaventato: era una ragazza bellissima, sui 15 anni, con lunghi capelli biondi. Mi sorrise dolcemente e mi prese per mano, guardandomi con in suoi intensi occhi azzurri. La paura sparì di colpo. Mi condusse verso la fine del vialetto ,su un muro che delimita il nostro palazzo con una tenuta terriera. Un lampione, su di una siepe, illuminava il suo candido volto. Mi porse una mano su una guancia. Era fredda, ma il calore che riusciva a trasmettermi era immenso. Chiusi gli occhi. Un sentimento di affetto nacque in me. Quando li riaprii la ragazza si allontanò. Restai fermo come folgorato per qualche secondo, poi le gridai "aspetta!", ma qualcuno mi trattenne da dietro impedendomi di raggiungerla. Mi voltai lentamente ed urlai terrorizzato: una specie di pipistrello arancione gigante mi tirava il giubbotto. Mi buttai a terra e fuggii in giù. Nei balconi dei palazzi di fronte a me erano presenti altri pipistrelli simili al primo, che mi inquadravano muovendo la testa a scatti, facendo brillare i loro grandi occhi rossi nella notte. La ragazza era scomparsa, ma correndo non pensai più a lei. Entrai nel portone, cercai di aprire la porta di casa ma la chiave si spezzò nella serratura sotto le mie mani tremanti. Cercai rifugio in soffitta e corsi su per le scale. Angoscia, terrore: le scale non finivano mai. Provai a ridiscendere, ma ancora una volta le scale che scendevano a giro si presentarono infinite e tutte uguali. Mi affacciai dalla finestra: quello che vedevo era il paesaggio esterno visto dal secondo piano. Salii una nuova, uguale rampa di scale: fuori dalla finestra la situazione era invariata. Scesi per oltre 10 minuti, ma tutto rimase invariato. L’angoscia prevalse sulla ragione. Mi sporsi dalla finestra ed afferrai una tubatura del gas, che scendeva fino a terra. Provai a scendere dall’esterno del palazzo, ma qualcosa non andò per il verso giusto: le mani scivolarono, ma ormai non mi importava più, anzi pensavo che finalmente sarei uscito da quell’incubo. Chiusi gli occhi : in un attimo un tonfo, morbido. Ero ancora vivo, disteso sul letto della mia camera. Lo stupore se ne andò per lasciare spazio alla gioia: era solo un sogno! Fui felice e tirai un sospiro di sollievo.

Schiarite un po’ le idee, feci alcune osservazioni: se stavo dormendo, com’è che ero vestito? Guardai l’orologio: le lancette non c’erano. Tirai uno sguardo preoccupato alla sveglia sullo scaffale: anche lei senza lancette. La paura tornò a farla da padrone in me. Mi alzai e misi una mano sulla maniglia, gelata, della porta. Esitai un po’ ad aprire.

Non esitai però a chiudere quando vidi, avvicinandomi lentamente all’esterno, ciò che era al di là della porta: un immenso vuoto colorato di rosso! Ero ancora nell’incubo.

Mi stesi di nuovo sul letto e provai ad addormentarmi, ma l’angoscia me lo impediva. Non so quanto tempo passò…e se il tempo stia ancora passando.

di FormicaLogorroica at 04:39:36 2 Commenti

24/12/2005

palla odiosa ed infernale per natale

Quest'anno i regali li consegno impacchettati nella brevettata PALLA ODIOSA ED INFERNALE,che consiste in un ammasso informe di svariati fogli di giornali vecchi di anni,messi da parte per l'occasione,avvolti l'uno sull'altro come viene meglio e soffocati da un chilo di nastro da pacchi.Dentro poi vi è un fiorellino ed un bigliettino disegnato e scritto con estrema cura ed attenzione.Il contrasto è efficace.
di FormicaLogorroica at 17:17:37 Commenta:

24/12/2005

INFERNO

Ieri ho visto gli Inferno al Rialto Sant'Ambrogio,centro sociale al centro di Roma.La situazione era da film,uno di quei film che parlano di giovani e che sono pensati per i giovani:gruppo al centro di una sala dai muri punk,sul pavimento,e folla scatenata che li circondava confondendosi con loro.I brani erano indistinguibili l'uno dall'altro,ma il loro impatto sonoro e il modo di muoversi erano di una potenza inaudita.Grind da stordirti.Chitarra,basso,batteria,synth e voce.Il tutto confezionato ad arte e sparato con una violenza trascinante e conivolgente.Sicuramente un signor gruppo e tra i migliori dell'ambiente indie romano.
di FormicaLogorroica at 02:30:09 Commenta: